19.6.13

CURARE IL CURATORE. Virginia Zanetti

22 Giugno –  8 Settembre 2013






Curare il curatore è una mostra che rappresenta un’occasione di riflessione sulla curatela attraverso l’opera, invertendo i termini usuali del processo critico.

In un momento in cui si assiste ad un protagonismo sempre più marcato degli “attori” della curatela, un’artista prova a rovesciare il rapporto, prendendosi cura dei curatori attraverso la sua personale visione e con un medium tradizionale che vuole essere la sintesi di un grande archivio fotografico realizzato soprattutto attraverso il web.

Si tratta di un gioco delle parti che attraversa i territori di una relazione complicata, resa sempre più complicata dall’equivoco che attribuisce ad una pratica le valenze di una professione. E che si tratti di una nota dolente è testimoniato dalla “polvere di stelle” che avvolge in misura crescente la figura del curatore e, d’altro canto, dall’esigenza non più rara che gli artisti esprimono nell’esercitarsi direttamente nella pratica curatoriale.

In realtà forse la questione si gioca non nell’antinomia artista-curatore ma proprio nell’assenza di questa antinomia, vista come un rapporto di odio-amore che se non si esercita nel pieno della sua capacità oppositiva perde la forza che deriva dalla pariteticità naturalmente presupposta e con essa perde la sua fecondità.



Curare il curatore è un contributo di dibattito nella forma di un progetto in progress iniziato da Virginia Zanetti nel  dicembre 2011, con i ritratti per il libro A Brief History of Curating di Hans Ulrich Obrist e con la mostra a Berna integrata da una tavola rotonda con Chistian Herren, Hans Ulrich Obrist e Fabrice Stroun alla Kunsthalle di Berna, proseguita nel 2012 con un intervento al Forte Militare di Chillon, a Montreaux, e con la partecipazione ad Arspolis a Lugano. Nella mostra  concepita per riss(e) viene realizzato un nuovo step con un allestimento che raccoglie nuovi ritratti  e nuovi materiali, nonché la presentazione di un “testo polifonico” che allo stato attuale ha raccolto le opinioni di (in ordine di apparizione):  Antonello Tolve, Emilio Fantin, Matteo Innocenti, Ermanno Cristini, Pietro Gaglianò (+ Elena El Asmar), Giancarlo Norese, Pier Giorgio De Pinto, Stefano Taccone, Ambra Pittoni, Emanuele Serafini, Luca Scarabelli, Valerio Deho, Pierfabrizio Paradiso, Angel Moya Garcia, Al Fadhil,  Daniela Spagna Musso, Cecilia Guida, Yari Miele & Corrado Levi, Massimo Marchetti, Francesco Lauretta, Studio ++, Elena Bellantoni, Jean Marie Reynier, Katia Baraldi, Vénera Kastrati, Alessandro Castiglioni,  Riccardo Lisi, Enrico Bocciolini, Alessandro Di Pietro, Lisa Mara Batacchi, Gian Maria Tosatti, Sergio Racanati, Anna Stuart, Valentina Briguglio, i quali in parte saranno presenti sabato 22 giugno per proseguire la discussione nella dimensione “semidomestica” di riss(e).



Virginia Zanetti

2013 /UPCOMING/ MADEINFILANDA, Pieve a Presciano, (AR;) FREE.Q_ Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, Genova; A CIELO APERTO, Latronico (PZ); 2013/WALKING ON WATER. MIRACLE AND UTOPIA, Biennale del Mediterraneo, Ancona; LOVIN' IT SYMBOL AND CONTRADICTION, BAC Bromer Art Collection Museum, Zurich, LA SEMANTICA DELLE PERE, Sensus, Firenze, A FIRST STEP TOWARDS COINCIDENCES AND MEETINGS - PART I, project space SomethingLikeThis, PART II, Indipendents Art, Verona, PART V, Bad contemporary space, Pietrasanta; 2012/ COINCIDENZE, Frigoriferi Milanesi, Milano; SAREMO COME DEI PRINCIPI SOTTOTERRA, Arspolis, Lugano; C’EST LA NUIT QU’IL EST BEAU DE CROIRE À LA LUMIÈRE, Chateau de Chillon, Montreaux; VIS A VIS, Artist Residence Montemitro, (CB); DUE MA NON DUE, Tum-project, Spazio d’Arte Alberto Moretti, Prato; THE WALL, Centro Polivalente Villa Pacchiani, S.Croce sull’Arno, Pisa; CURARE IL CURATORE, Galerie Eletto, Berna; 2011/ SOUK, Ex3, Firenze, ORIGINE DIPENDENTE, Museo Man, Nuoro.



http://www.virginia-zanetti.com


 Virginia Zanetti, Curare il curatore, Seth Siegelaub, Harald Szeemann, Lucy Lippard , 2011/13, acquarello su carta, cm. 17,5x25,5. Foto Matteo Innocenti


 Virginia Zanetti, Curare il curatore, 2011/13.  Foto Matteo Innocenti

  Virginia Zanetti, Curare il curatore, 2011/13.  Foto Matteo Innocenti

  Virginia Zanetti, Curare il curatore, 2011/13.  Foto Matteo Innocenti

  Virginia Zanetti, Curare il curatore, 2011/13.  Foto Roberto Rossi


 Virginia Zanetti, Curare il curatore, 2011/13.  Foto Matteo Innocenti

  Virginia Zanetti, Curare il curatore, 2011/13.  Foto Roberto Rossi

17.5.13

CHE?

a cura di Corrado Levi e Yari Miele

25 maggio - 16 giugno 2013



“Che?”
È una doppia interrogazione riferita all'arte.
È il titolo di una mostra che raccoglie un'opera scelta da ciascuno dei seguenti artisti:
Antonio Barletta, Lorenza Boisi, Mauro Cossu & Francesca Conchieri, Sabina Grasso, Lucia Leuci, Corrado Levi, Yari Miele, Angelo Mosca, Alberto Mugnaini, Marta Pierobon, Rosamaria Rinaldi, Laura Santamaria.
Naturalmente la risposta è aperta.



Corrado levi, Yari Miele, Che?

 Corrado levi, Yari Miele, Che?: Corrado Levi


Corrado levi, Yari Miele, Che? : Angelo Mosca


Corrado levi, Yari Miele, Che? 

Corrado levi, Yari Miele, Che? : Mauro Cossu & Francesca Conchieri

 Corrado levi, Yari Miele, Che? : Yari Miele

18.4.13

PROPOSTA DI METODO PER UNA MOSTRA RAGIONATA

Samuele Menin, Giovanni Morbin
a cura di Rossella Moratto, Lidia Sanvito

21 aprile - 19 maggio 2013

Un progetto che è una proposta di metodo, l’esercizio di un’esperienza curatoriale intorno alla scultura, che costituisce il primo passo, o l’ultimo, di un “azzardo”: mettere in relazione uno scultore contemporaneo con uno del passato, raccontandone le metodologie e gli argomenti. “E se facessimo finta che...?” è forse la domanda che sostiene il lavoro effettuato e che rivela un’attitudine al rigore capace di nutrirsi dei paradossi che esso stesso genera.
Due artisti, un critico d’arte e un’artista che è anche storico dell’arte si sono cimentati in un tentativo di esplicitare i passaggi, i punti di contatto e le articolazioni che giustificano la scelta degli attori di una specifica eredità storica. Mescolanze dei ruoli, incroci dei percorsi, con al centro una concezione della scultura dove i materiali siano essi stessi il codice del linguaggio ineffabile dell’arte, senza casualità, né ammiccamenti o distrazione, auspicando, in sintesi, che la sciattezza nell’uso della materia non determini un clamoroso tonfo dei significati.


Giovanni Morbin L’opposizione del pollice, 2009, grafite e foglia d’oro su carta, cm. 50x35

Jean Arp, ottone

 
Samuele Menin, Brown(Arp), 2013,  creta, alluminio, gesso, laminare plastico, vetrificante, cm. 25x65x20

Jean Arp, Samuele Menin

Samuele Menin, Brown(Arp), 2013, creta, metallo, cera, gasbeton, cm.25x105x20

Giovanni Morbin  Mostra. Mauro Roncolato mostra Duchamp a Orbin Giovanni, 1987, performance, light box, cm 25x35

 Samuele Menin, Brown(Arp), 2013, creta, alluminio, ferro, gesso, laminare plastico, vetrificante,  cm.110x60x120

11.3.13

“ALESSANDRO DI PIETRO 15.50 FACCIAMO IL PUNTO DELLA SITUAZIONE? CECILIA GUIDA 15.51 OK, MA NON SONO SICURO DI CONOSCERLO. E' ANCORA UNA MOSTRA??”

un progetto artistico a cura di Alessandro di Pietro e Cecilia Guida
con Antonio Barletta, Marco Belfiore, Francesco Bertocco, Graziano Folata, Francesco Fossati, Silvia Hell, Cecilie Hjelvik Andersen, Chiara Luraghi, Yari Miele, Luca Scarabelli, Federico Tosi

17 Marzo - 12 Aprile 2013

Alessandro Di Pietro 15.50
facciamo il punto della situazione?

Cecilia Guida 15.51
ok, ma non sono sicura di conoscerlo. È ancora una mostra?

ADP 15.51
perchè?

CG 15.51
beh, io non sono più il curatore, ho passato il progetto a te…

ADP 15.52
però hai dato il via

CG 15.52
ma non ero convinta della fattibilità dell’idea, è stato Ermanno a incoraggiarmi quando gliene ho parlato

CG 15.55
l’idea originaria era quella di pensare a una mostra sulla ‘pratica’ dell’errore, ovvero di provare a non correggere gli errori che si sarebbero commessi nelle fasi della sua organizzazione…

ADP 15.58
proviamo a vedere quanto mi sono allontanato dagli intenti iniziali del tuo testo?

CG 15.58
l’idea è nata da tre episodi accaduti durante un periodo passato a New York qualche anno fa: la visione del film ‘La Passione di Giovanna D’Arco’ di Dreyer, la lettura di un passo di Paik sul primo evento Fluxus della storia e le lunghe passeggiate per le strade di New York, che, quella mia prima volta, mi era sembrata una città ‘bella’ per errore

ADP 15.59
‘bella’ è come dire ‘giusta’? e quindi ribaltando l’ errore?

CG 16.00
sì, esattamente

CG 16.03
pensavo che, provando a non correggere eventuali errori fatti dalla scelta delle opere alla stesura del comunicato stampa all’allestimento, il progetto espositivo avrebbe avuto aspetti imprevedibili, soluzioni incomplete, imperfezioni e piccole stranezze. E, forse, nel pubblico sarebbero sorti dubbi e interrogativi di tipo cognitivo, percettivo ed estetico. Un’idea che mi intrigava teoricamente ma che nella pratica mi sembrava non naturale, difficile, impossibile… E per questo l’avevo messa da parte

CG 16.04
in ogni modo, la mia era una riflessione sulla ‘pratica’ dell’errore dal punto di vista curatoriale


ADP 16.05
ero contento quando mi hai parlato del progetto, perché anche io, poco tempo prima, avevo ragionato sull’idea di errore e mi sembrava in continuità con i lavori precedenti, ma gli errori si basano sul principio di ‘spontaneità’, quindi ‘produrre’ un errore sarebbe stato solo una speculazione sul tema. Mi è sembrato, dunque, più utile andare a ricercare una struttura che mi avrebbe permesso di procedere verso un’idea di ‘perfezione’

ADP 16.07
e così, è saltata fuori l’idea di curarla io

CG 16.07
sì, ho affidato a te il concept del progetto, io non ne ero più sicura

CG 16.09
e poi mi piaceva e mi divertiva la tua proposta di riflettere sull’idea dell’ errore organizzando una mostra ‘perfetta’

ADP 16.09
quindi, il referente da scomodare (che giudica la perfezione di qualcosa) è il
‘senso comune’

ADP 16.09
grazie

CG 16.09
riguardo al format

ADP 16.10
il format della mostra… sì

CG 16.11
in genere, si esce da un opening commentando in cosa la mostra ha convinto, in cosa ha fallito, le intuizioni, le novità, gli errori ecc ecc

CG 16.13
pensavo alla possibilità di fare confusione e di trovarsi in contraddizione su questi commenti e valutazioni

ADP 16.13
sì, di solito funziona così… se va bene (il giudizio implica che qualcuno abbia visto la mostra)

CG 16.13
già… quindi non dovremmo parlare di opening!

ADP 16.14
possiamo dire di aver fatto il ‘ritratto’ di una mostra collettiva?

CG 16.15
non so, mi sono persa

CG 16.20
come hai lavorato da curatore? ti piace?

ADP 16.21
devo dire che sotto le sembianze di un progetto artistico può andare, ma non lo rifarei domani

ADP 16.21
comunque, è un buon esercizio di ascolto

ADP 16.22
si capisce meglio come gli artisti (me compreso) si rapportano alla comunicazione del proprio lavoro

ADP 16.22
si nota chi è abituato a parlarne spesso e chi meno

ADP 16.25
per procedere nella costruzione di questa mostra collettiva ‘perfetta’ mi sono rapportato con tutti gli artisti ai quali ho fatto portfolio review, tentando di mantenere pressoché identici i nostri dialoghi

ADP 16.26
ho ripetuto le stesse fasi salienti anche nella comunicazione del progetto

CG 16.26
ad esempio?

ADP 16.28
ad esempio, dicendo: ‘sto tentando di realizzare una mostra perfetta considerando diverse pratiche artistiche’

ADP 16.28
‘ogni artista è stato categorizzato secondo un’ ‘attitudine al lavoro’

ADP 16.29
(considerando sempre il senso comune come interlocutore)

ADP 16.30
e ho chiesto loro di portare quella parte del lavoro che sanno fare leva su alcuni segni riconoscibili

ADP 16.30
ho chiesto loro di presentare un lavoro ‘figo’, un lavoro che ‘funziona’, che ‘piace’

CG 16.31
che intendi esattamente?

ADP 16.32
si può identificare come quella parte di lavoro che, ricorrendo all’utilizzo di alcuni segni di ‘stile’ condivisi nel nostro tempo, diventa periferico all’interno della ricerca e della produzione ‘centrale’ di un artista

CG 16.36
provando a sintonizzarsi con il ‘senso comune’, si ragiona sull’errore quindi?

ADP 16.39
non si tratta di lavori che si distaccano dalla ricerca generale di un artista, ma che, per alcune condizioni più o meno consapevoli, si possono definire ‘periferici’

CG 16.40
e mi sembra che con il riferimento al rapporto tra centro e periferia, il progetto si inserisce nella realtà dello spazio di Riss(e) a Varese

CG 16.51
il concept iniziale è cambiato tanto. Non lo riconosco più…

ADP 16.54
si è vero, ma abbiamo lavorato al progetto nel tempo, senza l’ansia di dover fissare un concept vero e proprio, tant’è che con questo scambio di battute stiamo ancora ragionando su cosa è o cosa è diventato

ADP 16.59
il ritratto di una mostra collettiva, conforme a uno ‘standard’, che i curatori e gli artisti partecipanti conoscono ‘alla perfezione’. L’operazione è ironica, ma soprattutto autoironica, poiché ognuno di noi ha accettato di dichiarare qualcosa rispetto al proprio lavoro che è solitamente occultato o giustificato

CG 17.06
ok, la cornice dell’errore diventa una protezione, a questo punto

ADP 17.09
non so più che dirti rispetto all’errore, forse seguendo il processo di progettazione di questa mostra l’errore si è trasformato in ‘eccezione’

ADP 17.19
è il mostro che da del mostro al normale

CG 17.20
per me non c’è differenza tra mostruosità e normalità nell’arte

CG 17.20
perché non esiste normalità nell’arte

CG 17.21
essendone una deviazione da quella che il senso comune definisce ‘norma’

CG 17.21
in ogni modo, mi interessa questo passaggio dall’idea di errore all’idea di eccezione

CG 17.23
mi perdo, mi confondo, a volte sono d’accordo con te, a volte no e la mia idea non la ritrovo più. Ma era esattamente quello che volevo

CG 17.23
mentre mi parli mi chiedo se hai fatto errori, ma non lo so…

ADP 17.23
questo progetto è una deriva del problema della mostruosità che è fondamentalmente un problema di classificazione

ADP 17.24
quando hai classificato il mostro e hai dei riferimenti linguistici per descriverlo, il mostro è stato normalizzato, perché hai un nome con cui chiamarlo

ADP 17.24
questa mostra è un mostro perchè non ha un nome.
 

Alessandro Di Pietro e Cecilia Guida
Estratto dalla conversazione via Skype del 25.2.2013

 Alessandro Di Pietro e Cecilia Guida facciamo il punto, 2013

Alessandro Di Pietro e Cecilia Guida facciamo il punto, 2013

 Alessandro Di Pietro e Cecilia Guida facciamo il punto, 2013

Alessandro Di Pietro e Cecilia Guida facciamo il punto, 2013

 

22.2.13

EPHEMERA. DOCUMENTI, ORNAMENTI E PIZZINI

Esempi sull'arte di informare sull'arte

2 – 10 Marzo 2013




Inviti cartacei, poster, manifestini, cartoline, calendari ecc. formano quell’universo di comunicazione di base che affianca le mostre, a cavallo tra registro informativo e interpretativo.

Si tratta di "emblemi" che accompagnano le opere, importanti per le invenzioni grafiche, per le sintesi, per la "sceneggiatura", per le illustrazioni e le impaginazioni che molte volte sono a cura degli artisti stessi, e importanti forse anche per il solo rimando "nostalgico" che ci porta lì ancora in quel momento, giusto con poche parole e la carta che sfugge...

Insomma, gli Ephemera hanno un’immaginario e una creatività applicata che è da rivalutare e da mettere sotto osservazione, soprattutto a distanza di tempo quando ormai si sono completamente emancipati dalla “necessità di essere utili”. Ed è da riconsiderare soprattutto quando, se ci si volge indietro, risulta tutta la distanza del cambiamento che contraddistingue ora il modo di comunicare l’arte, connotato da informazioni che principalmente viaggiano in rete con le e-mail. Si può dire che nel presente gli Ephemera sono sempre più “ephemera”, al punto che vivono, in forma immateriale, per frazioni ridottissime di tempo.



Dunque in questo caso si tratta di un aprire i cassetti senz’altra ambizione che non sia quella di guardarci dentro, a titolo di prima occhiata per una futura più organica e ampia ricognizione.

E’ stato fissato un periodo temporale, gli ultimi vent’anni, un tempo assolutamente arbitrario, dovuto unicamente al fatto che l’idea di questa ricognizione si deve a Luca Scarabelli, che ha iniziato ad occuparsi d’arte appunto agli inizi degli anni ’90. Alla base della mostra, una collezione di Ephemera raccolti da Scarabelli, a cui si sono integrati materiali provenienti da altri artisti, ognuno dei quali ha aperto i propri cassetti e messo a disposizione i propri documenti. 

Ci aspettiamo che allineando i materiali sui tavoli, seppur fuori da un’archiviazione sistematica, possano svilupparsi nessi, rimandi, suggestioni, rimbalzi, scarti, e in ultima analisi pensieri, che, dentro il “profumo di carta”, possano dirci qualche cosa di più circa gli orizzonti poetici.  

Grazie alla collaborazione di Giovanni Bai, Lisa Mara Batacchi, Mariella Bettineschi, Cesare Biratoni, Giannetto Bravi, Stefano Cagol, Alice Cattaneo, Marco Cingolani, Davide Coltro, Ermanno Cristini, Liliana De Matteis, Giuliano Guatta, Microcollection, Maria Morganti, Maurizio Nannucci, Giancarlo Norese, Olinsky, Sara Rossi, Alessandro Traina, Pietro Vischi... e altri.  
 
 Ephemera, 2013

 Ephemera, 2013

 Ephemera, 2013

 Ephemera, 2013

 Ephemera, 2013



5.2.13

ifCC- INDIVIDUALS FOR CRITICAL COMMUNITIES. TEMPORARY BLACK SPACE

Febbraio 2013

first neutral meeting/place



Come può un Individuo, oggi, dare utilità al proprio Essere Etico e Pratico?



Le comunità temporanee o transitorie, secondo B. Groys “radicali” rispetto alla contemporaneità, non permettono realmente l’espressione del singolo. Infatti, anche all’interno di situazioni collettive che si definiscono democratiche o aperte al confronto, quanto è probabile sentire una voce “fuori dal coro”?

Perché nasca una sensibilizzazione rispetto alla creazione di un dibattito aperto e perché possa essere comunicata l’urgenza di un desiderio di conoscenza, è forse utile considerare in quale modo entrare in contatto con il mondo privato di un Individuo.

Lo spazio vitale, parlando in termini prossemici, è la zona personale che ognuno di noi ha e comprende anche idee, punti di vista, valori e personalità.

Tutto ciò costituisce un insieme di aspetti che appartengono alla sfera privata, e solitamente non sono mostrati in pubblico. Di conseguenza, quello che avviene all’interno di un’area comune, condivisa con una comunità temporanea, probabilmente non concerne i fattori sopraelencati, consiste piuttosto nella messa in atto di un gioco di ruoli.



Da queste considerazioni apparentemente retoriche ma intenzionate a trovare un riscontro pratico, e dalla sensazione che i dibattiti spesso siano fini a loro stessi, ifCC si propone come primo passo verso la creazione di un gruppo di lavoro. La messa a punto di questo gruppo e delle sue finalità si definiranno collettivamente sulla base della necessità di -imparare a costruire-, ovvero, passare all’utilizzo di una visione a lungo termine.

Credendo che la necessità di aggregarsi secondo una forma spontanea di partecipazione possa nascere in primo luogo dalla forte motivazione di tanti singoli, quello che viene qui ricercato è l’origine di tale spinta.

Per facilitare i processi di comunicazione, sempre più difficoltosi nonostante l’apparente crescita dei mezzi attraverso i quali esprimersi, tenersi in contatto e confrontarsi, si è quindi ritenuto opportuno l’utilizzo di un Luogo Neutrale.



L’idea di creare/trovare un Luogo Neutrale (= luogo mentale e fisico, che faciliti un incontro senza pregiudizi, tensioni e aspettative) è stata il motivo attraverso cui concepire l’invito al ciclo di appuntamenti di Riss(e).  Lo studio di Ermanno Cristini, un luogo fatto di persone, si posiziona in una situazione mediale tra i crocevia e i margini del sistema artistico lombardo e italiano.

L’arte contemporanea, sempre più percepibile come un Luogo e Approccio Mentale, è un luogo sempre meno accessibile e libero.

La necessità di creare una comunità critica deriva da osservazioni sotto gli occhi di tutti, ma paradossalmente ferme a quello che potrebbe essere lo stadio iniziale di una consapevolizzazione profonda e collettiva.



TBS invita qualsiasi interessato a partecipare al primo incontro per la formazione di una Comunità Critica finalizzata alla creazione di un gruppo di lavoro.



Temporary Black Space

È una realtà nata nel 2008 che agisce come soggetto collettivo, artista e curatore funzionando attraverso network di collaborazioni temporanee.

TBS ha basato la propria ricerca sull’idea della relazione con il concetto di Luogo, inteso in termini di specificità ambientali e coinvolgimento pubblico, sul lavoro collettivo e non-autoriale.

Considerandosi un sistema che vive di urgenze, ha come finalità la presa di posizione nei confronti dei meccanismi e delle sovrastrutture del quotidiano, tramite cui intendere l’arte, la cultura e le relazioni sociali.

TBS è un progetto che vuole sottrarsi a un’identificazione univoca, che ricerca e produce contesti pregnanti.

Il Desiderio di Lavorare fuori da “questa Tradi­­zione” permette la creazione di nuove Forme, meno conflittuali, dando la possibilità di convogliare problematiche ed urgenze in una direzione utile alla creazione di Sistemi Efficaci alla Sopravvivenza dell’individuo in ambito Comunitario e di conseguenza più vicini al concetto di Essere Umano in Divenire.



 Temporary Black Space, ifCC-SFcorner copy, 2013, foto ed elaborazione Temporary Black Space

Temporary Black Space, ifCC tablecontent, 2013, foto ed elaborazione Temporary Black Space

 Temporary Black Space, ifCC-firstmeeting, 2013, foto ed elaborazione Temporary Black Space 


 Temporary Black Space, ifCC-tunnel. information.pro, 2013, foto ed elaborazione Temporary Black Space

Temporary Black Space, ifCC-firstmeetingplace, 2013, foto ed elaborazione Temporary Black Space
 

2.1.13

NESSUNO E' PIU' STUPIDO DI UN PITTORE. Cesare Biratoni


12 gennaio-10 febbraio 2013

“Bête comme un peintre”, scriveva Marcel Duchamp, e questa mostra è dedicata alla pittura e alla stupidità che la regge.

Stupidità nella sua accezione originaria, la quale ha a che fare con lo stupore.  E’ lo stupore che tesse le trame di una voracità visiva di cui si nutre il fare del pittore. Ma prima ancora che le immagini costituiscano le basi di nuove immagini, qui sono rincorse principalmente per il loro potere seduttivo, come valore in sé. Niente di “eroico” il più delle volte, o di particolarmente enfatico. Spesso si tratta di un’applicazione anche pedissequa, meticolosa, quasi amatoriale, fatta di suggestioni che conducono ad altre suggestioni, entro un bisogno di raccolta.

E raccogliere immagini come fine, è perdere tempo. Alla base vi è l’insensatezza ossessiva del collezionista o il senso acuito del rabdomante; in ogni caso è un’applicazione tanto reiteratamente scrupolosa quanto disutile, anche perché ammesso che si trovi l’acqua, l’acqua non serve ora e qui.

Questa mostra prescinde dall’acqua, ma espone il cammino: un insieme dilatato di passi; un elenco esteso di frammenti visivi. Un archivio che ha le caratteristiche della lista  ma manca dell’autorità dell’Arconte, del potere ermeneutico che deriva in fondo dalla “nobiltà” del fine.

Le immagini raccolte non sono un prima che si legittima in un dopo ma esse sono già il dopo. Rispetto al dopo che siamo abituati a riconoscere come tale assumono il valore di un equivalente sincronico.

Esse mettono a dimora un’intimità e implicitamente ne segnano un passaggio istituzionale dal privato al pubblico: per questo hanno il valore di un “quadro”; né più né meno.

“Non c’è niente che mi infastidisca più delle immagini”, mi diceva Cesare Biratoni.


Ermanno Cristini

 Cesare Biratoni, Nessuno è più stupido di un pittore, 2013

 Cesare Biratoni, Nessuno è più stupido di un pittore, 2013: Senza titolo, tecnica mista su carta, 2011-2012

 Cesare Biratoni, Nessuno è più stupido di un pittore, 2013: Senza titolo, collage, 2012

 Cesare Biratoni, Nessuno è più stupido di un pittore, 2013: Senza titolo, collage, 2012

 Cesare Biratoni, Nessuno è più stupido di un pittore, 2013

 Cesare Biratoni, Nessuno è più stupido di un pittore: Senza titolo, collage, 2012; collage, 1999, tempera su carta 2112

 Cesare Biratoni, Nessuno è più stupido di un pittore, 2013